Nel corso dei miei studi e della mia attività da bluesman mi sono imbattuto in numerosi falsi miti del blues. Credo sia il prezzo che questo genere unico paghi per la propria popolarità e, probabilmente, anche per la propria capacità di insinuarsi in tutti gli altri generi.

1. Il blues è un genere musicale “triste”.

Inizio da quello che è forse il più diffuso tra i falsi miti della musica nera. Molti, e per molti intendo anche molti musicisti, credono che il blues sia un modo per esprimere tristezza, malessere. Non è assolutamente così. Avere il blues in inglese significa letteralmente avere un malessere inspiegabile, non assimilabile a tristezza/depressione. Al contrario suonare il blues era un modo per risollevarsi da uno stato di misery, difficoltà. Il terzo verso del 99% dei blues è sempre di speranza, rivalsa.

2. Il blues è nato nei campi di cotone

Nessuno può conoscere l’origine di questo genere, un universo così complesso non può essere il prodotto del breve intervallo di tempo della sua diffusione in America. Certamente le radici sono africane, qualcuno ha ipotizzato mediorientali, per via delle assonanze con i canti dei minareti (personalmente ho qualche dubbio a riguardo, anche i canti popolari dell’Italia meridionale fanno uso di scale minori armoniche con intonazioni sui quarti di tono e non per questo sono blues).

3. Il blues è facile

Blind Lemon JeffersonFoto di Blind Lemon Jefferson

Il fatto che gran parte degli insegnanti jazz impieghino 2 lezioni per spiegare il blues, non significa che questo sia facile. Cambiare insegnante. Pur volendo tralasciare le centinaia di varianti armonico-ritmiche, per ottenere un suono credibile e in stile sono necessari anni di pratica. Soprattutto se i vostri genitori non vi hanno trovato in una culla che galleggiave nel Mississippi e non siete cresciuti ascoltando Muddy Waters, Otis Spann o Lemon Blind Jefferson. Anche questo potrebbe non bastare. Il blues è forse l’unico genere musicale che porta il nome di uno stato d’animo: se non hai quello stato d’animo particolare, stai fingendo.

4. Il blues è una scala pentatonica

Il blues non è semplicemente una scala pentatonica corredata di blue note. E’ un insieme di struttura, ritmo, accenti, tempo, scale, riff e testo. Inoltre la pentatonica non funziona se non ha la giusta intenzione, i giusti accenti e il feeling ritmico corretto. Personalmente trovo piuttosto goffi i tentativi di inserire la scala blues ovunque col fine di fare citazioni pseudo colte o, peggio, ricordare a se stessi che si sta suonando musica improvvisata afroamericano.

5. Il blues è in 12 battute

Il blues è anche in 12 battute. E sì, è vero, anche a New Orleans se annunci un blues tutti si aspettano le 12 misure. Ma è solo una convenzione. Esistono blues in 8, 16 e 24 battute. Per non parlare dei blues in 10 battute e due soli accordi (I e V). Sono piuttosto convinto che se prendiamo i primi blues registrati, diciamo fino agli anni ’20, solo una minima parte è in 12 battute.

6. Il blues è la musica dei neri

Un altro dei falsi miti del blues. È un po’ come dire la musica classica è la musica dei tedeschi o il pianoforte è lo strumento degli italiani. Sebbene condivida Ray Charles quando diceva che solo popoli come i neri e gli ebrei possono capire il blues, per la sofferenza storica di questi popoli, non posso fare a meno di pensare a musicisti bianchi che hanno fatto la storia del blues, su tutti Eric Clapton, Dr. John, Stevie Ray Vaughan, Jelly Roll Morton. Ebbene sì, nonostante quanto si creda, Jelly Roll non era nero, era creole. Chi ha un minimo di familiarità sullo stile di vita dei creoli della Lousiana a cavallo di secolo sa bene che conducevano uno stile di vita diametralmente opposto a quello americano. Ah, non ho citato Jimi Hendrix perché aveva sangue nativo indiano “solo” per un quarto.

Ovviamente non è un elenco esaustivo, ma sono sicuro che nella vostra esperienza ne abbiate sentiti altri e più fantasiosi. Scrivetemeli sotto e li aggiungo all’elenco!

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